La Generazione

Definire una G. principalmente come coorte di età implica che ogni individuo il quale raggiunga la vecchiaia appartiene una dopo l’altra a tutte le G. osservabili nella società dove vive; che in tale società è contemporaneamente presente un numero definito e stabile di G., le cui dimensioni sono determinate dalla struttura demografica; che ogni G. svolge una funzione riconoscibile nel complesso dell’organizzazione social, diversa da tutte le altre G. tra le quali si ripartisce la stessa popolazione; infine che ogni G. occupante la stessa posizione nel sistema locale delle G. svolge una funzione analoga alla G. che l’ha preceduta, ancorché protagonista o partecipe di volta in volta di una storia particolare.

Oltre a quello reso sopra, la letteratura sociologica, antropologica e storica riporta altri significati del termine G., ciascuno dei quali ha implicazioni logico empiriche diverse. La concezione storicista della G., che ha avuto origine con l’opera di Dilthey (1873) vede nella G. un insieme di individui che hanno vissuto allo stesso momento un’esperienza storica  determinante e irripetibile, traendo da essa il proprio orientamento morale e il senso di condividere un destino comune. In questo senso può parlarsi, ai giorni nostri di “G. della Resistenza”, “G. del ’68 e simili”. E’ evidente che se si accoglie tale significato di G., ogni individuo appartiene a una sola G. per tutta la vita, sia egli giovane o anziano allorché l’evento storico si verifica; la struttura demografica è irrilevante, poiché il numero di una G. si basa in ultimo non su una coorte di età, bensì su coloro che per un insieme di cause sono stati esposti, anche in età diverse, all’evento medesimo; il numero delle G. è indeterminato e può essere di caso in caso molto ridotto o relativamente grande, dipendendo soltanto dalle vicende storiche di una società.

La concezione genealogica o parentale delle G. calcola come una G. ogni grado di ascendenza o discendenza biologica rispetto a un individuo di riferimento, per es., l’ego della terminologia di parentela romana. facendo perno su ego, avremo dunque, in senso ascendente, la G. dei padri, quella dei nonni,, dei bisnonni, etc.; in senso discendente, la G. dei figli, quella dei nipoti, dei bisnipoti, etc. Ma come individuo reale ego non appartiene stabilmente a una medesima G.; infatti, a seconda degli ascendenti o discendenti ci ego stesso si riferisce, egli appartiene alla G. dei figli o dei nipoti, dei padri o dei nonni. Questo concetto di G. rinvia a una comunità di esperienze e a vincoli di solidarietà assai più tenui che non i concetti prima delineati. La comune esperienza di padre o di figlio, per quanto rilevante sia sul piano esistenziale, offre assai minori basi alla formazione di comunità o gruppi o movimenti sociali o comportamenti collettivi di quel che non facciano una posizione simile nella struttura demografica o uno status professionale affine o la partecipazione a un fatto storico. Tuttavia essi ha un elevato contenuto informativo, specie per quanto attiene al comportamento sociale dei membri di successive G. rispetto a un ego che ha esperito un radicale mutamento della sua posizione social; come si verifica, per es., con gli immigrati da una nazione a un’altra o da un gruppo etnico a uno diverso, o con gli imprenditori provenienti da classi operaie o contadine. Gli appartenenti alla seconda o alla terza G. manifestano in genere comportamenti specifici e prevedibili, differenti da quelli di ego.

Va infine menzionata la concezione meramente temporale della G., equivalente all’arco di tempo intercorrente tra la nascita di un individuo e il momento in cui esso mediamente genera la propria progenie; momento socialmente determinato, e di solito assai posteriore al raggiungimento della capacità biologica di procreazione. Poiché gli individui di riferimento in questo caso sono sempre maschi, il tempo di una G. corrisponde nella maggioranza dei casi a una trentina d’anni. Questa concezione della G., che prescinde da ogni fattore di solidarietà e di status per indirizzare l’attenzione unicamente alla successione cronologica delle coorti di infanti, di adulti e di vecchi, rende le G. sociologicamente amorfe – in specie le prime due. E’ infatti arduo dire quali basi di solidarietà o interessi comuni o comuni esperienze possano ritrovarsi tra individui di uno e di ventotto anni, ovvero di trentadue e di cinquantacinque, che pure fanno parte – stante la definizione – di una stessa G. Con l’ingresso nella terza G., invece, il ritiro dalle forze di lavoro, imposto in tutte le società industriali, il particolare status assegnato in generale agli anziani, e i problemi psicofisici propri della senescenza, restituiscono una certa utilità predicativa anche a questo di G. (avvicinandolo per gli stessi motivi a quelle reso in A).