La caduta

Comunque sia, perfino la parola giustizia mi mandava stranamente in furia. Continuai necessariamente ad adoperarla nelle mie arringhe. Ma mi vendicavo maledicendo in pubblico lo spirito umanitario; annunciavo la pubblicazione di un manifesto per denunciare l’oppressione che gli oppressi facevano pesare sulle persone perbene. Un giorno che mangiavo dell’aragosta all’esterno di un ristorante e un mendicante venne ad importunarmi, chiamai il padrone ed approvai calorosamente il discorso di quel giustiziere: “Dai fastidio”, diceva. “Insomma, mettiti un po’ nei quei panni di quei signori!”. Infine, a chi voleva ascoltarmi, dicevo quanto rimpiangessi che non si poteva più agire come quel possidente russo di cui ammiravo il carattere: faceva frustare tanto quei suoi contadini che lo salutavano quanto quelli che non salutavano, per punire un’audacia che reputava parimenti sfrontata in tutti e due i casi. (..)

(..) Non capisce cosa voglio dire? Le confesserò che sono stanco, perdo il filo del discorso, non ho più quella chiarezza di mente a cui i miei amici si compiacevano di rendere omaggio. Del resto dico amici in linea generale. Non ho più amici, ho solo complici. In compenso ne è cresciuto il numero, sono diventati il genere umano. E, nel genere umano, lei per primo. Chi si trova presente, è sempre primo. Come so di non avere amici? È semplicissimo. L’ho scoperto il giorno in cui ho pensato di uccidermi per giocar loro un brutto scherzo, per punirli, in certo modo. Ma punire chi? Qualcuno si sarebbe meravigliato, nessuno si sarebbe sentito punito. Ho capito che non avevo amici. D’altronde, anche se ne avessi avuti, non avrei fatto molti progressi. Se avessi potuto uccidermi e poi vedere la loro faccia, allora sì, valeva la spesa. Ma la terra è scura, caro amico, il legno è spesso ed opaco il lenzuolo mortuario. Gli occhi dell’anima, sì, certo, se c’è un’anima e supposto che abbia occhi! Ma il fatto è che non si è sicuri, non si è mai sicuri. Altrimenti, ci sarebbe una via d’uscita, uno potrebbe finalmente farsi prendere sul serio. Solo la morte convince gli uomini delle ragioni, della sincerità e gravità delle pene altrui. Finché si è in vita, il caso è dubbio, si ha diritto solo al loro scetticismo. Quindi, se ci fosse una qualche certezza di poter godere lo spettacolo, metterebbe conto di dar loro la prova di quello che non vogliono credere, di sbalordirli. Ma se uno si uccide, che importa che gli credano o no: non si è presentii per cogliere il loro stupore o la loro contrizione, d’altronde fugace, per assistere insomma, come tutti sognano, ai propri funerali. Per finirla con l’ambiguità, bisogna semplicemente finir di vivere.

Del resto, non è meglio così? La loro indifferenza ci farebbe soffrire troppo. “Me la pagherai!”, diceva una ragazza al padre che le aveva impedito di sposare uno spasimante troppo ben lisciato. E si uccise. Ma il padre non ha pagato proprio niente. Gli piaceva moltissimo la pesca all’amo. Tre domeniche dopo, tornò al fiume; per dimenticare, disse. Non s’era sbagliato, dimenticò. In verità, sarebbe stato strano il contrario. Uno crede di morire per punire la moglie, e le ridà la libertà. Meglio non vedere. Senza contare che si rischierebbe di sentire le loro spiegazioni sul vostro gesto. Per me, le sento già: “Si è ucciso perché non ha potuto sopportare di…” Ah, caro amico che scarsa inventiva hanno gli uomini! Credono sempre che ci si uccida per un motivo. Invece se se ne possono avere anche due. Ma non gli entra in testa Allora a che scopo morire volontariamente, sacrificarsi all’idea che si vorrebbe suggerire di sé. Morto, ne approfitteranno per dare di quel gesto ragioni idiote, o volgari. Caro amico, i mariti debbono scegliere fra l’essere dimenticati, scherniti o utilizzati. Capiti, mai.

E poi, veniamo al fatto, amo la vita, questa è la mia vera debolezza. L’amo tanto che al di fuori della vita non posso immaginare nulla. È un’avidità un po’ plebea non le pare? Nono ci si immagina l’aristocrazia senza un certo distacco da sé e dalla propria vita. All’occorrenza si muore, ci si spezza ma non ci si piega. Io invece mi piego perché continuo a volermi bene. (..)

(..) Ma il più grande tormento umano è quello d’esser giudicati senza legge. Noi ci troviamo in un tal tormento. Privi del loro freno naturale, i giudici, scatenati a caso, lavorano a quattro mani. Quindi, bisogna cercare d’andar più in fretta di loro, no? E’ il grande arrembaggio. Profeti e guaritori si moltiplicano e si affrettano, ansiosi d’arrivare con una buona legge o con qualche organizzazione impeccabile, prima che la terra sia deserta. Per fortuna io sono arrivato! Io sono la fine e il principio, annunzio la legge. In una parola, sono giudice-penitente. (..)