Il discorso della nonna

Di seguito il “discorso della nonna” tratto dal film “Figli” del 2020 di Giuseppe Bonito.

“Voi dovete capire bene una cosa una volta per tutte. Noi anziani siamo una forza silenziosa e tranquilla, ma se ci incazziamo sono dolori. Perché siamo di più. Siamo tantissimi. Ogni 100 giovani ci sono 165 anziani. E questo significa maggioranza assoluta, e cioè, virtualmente, Camera Senato e governo della Repubblica. Abbiamo le tv, perché condizioniamo palinsesti e linee editoriali: Sanremo è fatto per noi, e così anche la grande fiction nazional-popolare. Gli inserzionisti pubblicitari, intorno a cui ruota il mondo, hanno noi come chiodo fisso. Le case di proprietà e i libretti di risparmio su cui regge l’intera economia di questo paese – e senza i quali chiudevamo come la Grecia – sono in mano nostra. Il teatro tiene grazie a noi, e così anche quel che resta del cinema. E con il nodo pensioni teniamo in scacco l’intera economia nazionale. Ci manca solo un po’ più di consapevolezza e coesione, e saremo pronti, finalmente, a fare il culo a tutti”.

IV Rapporto sul divario generazionale

E’ online il Rapporto 2021 sul Divario Generazione dal titolo “Il Divario Generazionale attraverso la pandemia, la ripresa e la resilienza”, (curato dai professori Luciano Monti e Fabio Marchetti) e presentato il 10 marzo scorso presso il Campus Luiss Guido Carli di Viale Pola.

Copertina Rapporto 2021 Divario generazionale.jpg

Per una più precisa disamina dell’incontro si rimanda a Il divario generazionale nel quarto rapporto della Fondazione Bruno Visentini.

Nella presentazione del 10 marzo il Professor Marchetti ha illustrato quali siano le quattro raccomandazioni per il paese per diminuire questo divario:

1) Valutazione dell’impatto generazionale – richiesta che, attraverso il COVIGE (Comitato per la valutazione dell’impatto generazionale delle politiche pubbliche) ha fatto un ’importante passo in avanti.

2) Patto per l’occupazione giovanile – incentivi alle imprese per l’assunzione dei giovani, garantendo contratti sicuri e permanenti.

3) Sistema pensionistico integrativo e riduzione della pressione fiscale – i giovani devono guadagnare la loro maturità contributiva, per cui il sostegno nei primi loro anni lavorativi dovrebbe essere maggiore.

4) Reddito opportunità per il Mezzogiorno – offrire ai giovani uno strumento unico che permetta loro di ottenere aiuti e incentivi riguardo la transizione tra la scuola il lavoro, la ricerca e sviluppo, la formazione e l’occupazione, il sostegno ai nuclei familiari. Lo strumento potrebbe essere realizzato attraverso la Legge di Bilancio del 2022 o con il PNRR.

Secondo la presentazione del Rapporto dalla pagina ufficiale dell’Osservatorio delle politiche giovanili:

Non è più tempo di analisi degli effetti del divario generazionale che penalizza i giovani (alto numero di Neet, povertà giovanile, dispersione scolastica); è tempo di rimuovere stabilmente le cause che lo hanno generato nei due decenni passati.

Il cambio di paradigma e il ripensamento strutturale delle politiche pubbliche “generazionali” – o comunque atte ad impattare sul fenomeno del divario – richiedono un impegno che sia duraturo nel tempo – secondo il Rapporto curato dai professori Luciano Monti e Fabio Marchetti – volto non tanto a calmierarne gli effetti sopra menzionati, ma a rimuoverne la rigidità del mercato del lavoro, il basso collegamento tra quest’ultimo e il mondo della scuola e gli ostacoli all’imprenditorialità, nonché a promuovere l’innovazione e lo sviluppo di nuove competenze.

Livelli di disuguaglianza generazionale senza precedenti; un’analisi delle strategie per rimuoverne strutturalmente le cause e il cambio di passo del Governo sulle politiche giovanili, nel secondo semestre 2021: sono queste le principali traiettorie emerse dal “IV Rapporto sul Divario Generazionale”.

All’interno del Rapporto, il nuovo “Indice di Divario Generazionale 3.0” (GDI – Generational Divide Index 3.0), frutto del costante aggiornamento e affinamento dello strumento di rilevazione e misurazione del divario a cura dell’Osservatorio sulle Politiche Giovanili (www.osservatoriopolitichegiovanili.it), ha mostrato livelli di diseguaglianza generazionale mai riscontrati prima.

La misurazione per il 2020 – fatto 100 il 2006 – rileva, infatti, 142 punti, ben oltre il picco registrato nel 2014 (138 punti), con un incremento sull’anno precedente (+12 punti). Questo dato conferma il fatto che le crisi sistemiche che colpiscono il nostro Paese, in questo caso la pandemia, hanno sempre un impatto generazionale asimmetrico che ricade maggiormente sulle fasce più giovani. In tal senso, è inizialmente sembrata un’occasione mancata la scelta di non inserire all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza una missione specifica per i giovani, dato che le risorse previste per le prossime generazioni rappresentano una percentuale poco significativa. Secondo l’elaborazione della Fondazione Bruno Visentini, le misure generazionali stimate ammontano a 3,97 miliardi di euro per il periodo 2021-2026, pari al 2,08% sul totale delle risorse del Recovery and Resilience Facility. Gli interventi a carattere potenzialmente generazionale hanno, invece, un’incidenza del 2,9% sulle risorse stanziate dal Piano, portando complessivamente gli interventi per i giovani nel PNRR a circa il 5%. Anche nella legge di Bilancio 2021, peraltro in continuità con quella dei governi precedenti, le misure impattanti sui giovani – secondo il Rapporto – si presentavano disarticolate e complessivamente non commisurate all’importanza della sfida, alla permanenza di un vero e proprio esercito di NEET e alla fuga del capitale umano.

Le generazioni future nella Costituzione Italiana

Da qualche giorno è entrata in vigore la legge Costituzionale 11 febbraio 2022, n. 1 che modifica gli articoli 9 e 41 della Costituzione in materia di tutela dell’ambiente.

In sintesi, il disegno di legge costituzionale inserisce nella Carta costituzionale un espresso riferimento alla tutela dell’ambiente e degli animali, recando modifiche agli articoli 9 e 41 della Costituzione.

In particolare, integrando l’articolo 9 della Costituzione, il disegno di legge in esame introduce tra i principi fondamentali la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Stabilisce, altresì, che la legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

Modifica, inoltre, l’articolo 41 della Costituzione, prevedendo che l’iniziativa economica non possa svolgersi in modo da recare danno alla salute e all’ambiente e che la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini ambientali.

Art. 9: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. 
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

Art. 41: L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.

Personalmente avrei fatto qualcosina di più ed il riferimento alle alle generazioni future lo avrei inserito anche all’art. 2 della Costituzione laddove si parla dei doveri inderogabili di solidarietà, nella speranza che ad una seppur minima tutela formale seguirà una maggiore tutela sostanziale da parte dei soggetti politici ed economici del Paese.

Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale (ed intergenerazionale.)


Modifiche agli articoli 9 e 41 della Costituzione in materia di tutela dell’ambiente, Dossier A.C. 3156-B Camera & Senato 

La tutela dell’ambiente nella Costituzione, Note sull’A.S. n. 83 e abbinati-A, giugno 2021

La tutela dell’ambiente. Il buon passo di futuro fatto e la strada ancora da fare E. Giovannini 9.02.2022 su Avvenire

Una Costituzione per le future generazioni E. Giovannini 3.03.2022 su Repubblica


ASviS Live – La Costituzione e lo sviluppo sostenibile – 5/4/22

Nell’Ombra

Di seguito il corto-animato A Shadow – A Modern Odissey di Lubomir Arsov del 2017.. “un viaggio visionario attraverso i frammenti dell’inconscio dell’Occidente per affrontare con coraggio l’Ombra”.

Alcune citazioni di Carl Gustav Jung riprese dal sito internet del corto-animato:

Nessun albero, si dice, può crescere in paradiso se le sue radici non raggiungono l’inferno.

Ognuno porta con sé un’ombra, e meno è incarnata nella vita cosciente dell’individuo e più essa è nera e densa.. se viene repressa e isolata dalla coscienza, non sarà mai corretta.

Manifesto pigro

Di seguito l’estratto “Manifesto pigro” tratto dal libro del 1996 di Steve Mizrach Manifesto X (tit. orig. Slackers Manifesto).

X manifesto - Steven Mizrach alias Seeker 1 - Theoria | eBay

La nostra generazione non sa neppure come chiamarsi. “Ventiqualcosa” è appena un termine descrittivo. Il termine baby busters indica che siamo il fallimento dopo i boomers, la brezza leggera dopo il terremoto giovanile, il grande tracollo demografico.
Forse ha ragione Douglas Coupland quando ci chiama generazione X.
Non per Malcom, ma perché siamo inqualificabili: un assoluto fattore x. Paradoxali. Nessuno sa chi parla per noi, quale nicchie di mercato occupiamo, quali sono le cose più vicine ai nostri cuori.
Rappresentiamo un enigma per i nostri predecessori, e forse lo saremo anche per la generazione che ci seguirà: i cosiddetti figli del millennio, nati dopo il 1981.
La generazione X è fatta di slackers, hackers (prehackers, cyberpunk, neuoronauti) e new jackers, quella gioventù urbana sempre disponibile e profeta della Hiphoprisy [cfr. The Disposable Heroes of Hiphoprisy].
Siamo ravers e surfisti Atari, settantofili che zoomano avanti e indietro senza un posto dove andare.
Secondo la maggior parte dei demografi conosciamo meglio la cultura pop e la strada, un po’ peggio i classici, l’etica e le materie principali (e in particolare geografia, educazione civica e storia: dove, in poche parole, sembra che siamo una disgrazia accademica).
Molti di noi non leggono, né votano e sono certi di non averne alcuna intenzione.
I sondaggi dicono che siamo più propensi ad affrontare rischi, intenzionati a fare cose che con ogni probabilità si risolveranno in un autodanneggiamento, e più materialisti dei nostri predecessori, i boomers.
Dicono che siamo meno ambiziosi, meno idealisti, che abbiamo meno principi morali, meno interessi e meno disciplina di ogni generazione precedente di questo secolo.
Siamo la generazione con più aborti, carcerati, suicidi; la più incontrollabile, indesiderata, imprevedibile della storia. (Così almeno sostengono gli autori della tredicesima generazione).
Se si dà un’occhiata alle organizzazioni politiche  che aggregano la nostra generazione, non si vedranno yippies, SDS, diggers, o weathermen [Organizzazioni politiche americane nate negli anni ’60-70. Tra tutti i weathermen si distinguevano per l’estremismo delle loro posizioni, spesso sfociati in pratiche di azione diretta (n.d.t.)].
Al posto loro ci sono gruppi come Lead or Leave e Rock the Vote, che al massimo del loro radicalismo spiegano alla gente di votare contro la censura e di chiedere ai politici di assumersi l’impegno di ridurre il deficit o di lasciare l’incarico.
É tutta qui la coscienza sociale, è tutto qui il radicalismo della nostra generazione? Dare la colpa ai vecchi e ai pensionati per una crisi di deficit che non hanno creato? Contrapporre i giovani ai vecchi? Sicuramente possiamo fare di meglio! Ci sono venti e più gruppi lì fuori che combattono per i senzatetto, che lavorano per l’ambiente e che lottano per una riforma dell’insegnamento ma di chi i media non sembrano accorgersi mai. Se volessimo veramente il problema del deficit dovremmo occuparci di titoli e, allo stesso tempo, fare i conti con la voracità onnivora delle spese militari..
La buona notizia è che siamo una generazione che crede poco alle chiacchiere e molto all’azione. Rifuggiamo ideologie e dogmi a favore di un pragmatismo essenziale in tutti i campi della vita. Siamo meno prevenuti e meno sessisti di ogni generazione precedente, eppure i sondaggi dimostrano, stranamente, che siamo facilmente soggetti al bigottismo.
In quanto generazione, molti di noi sentono il dovere di riportare ordine nella confusione lasciata dai nostri predecessori.
La nostra attenzione è rivolta più al futuro che al passato – siamo stanchi di tutto questo schifo di nostalgia “retrò”.
La maggior parte di noi detesta la propria infanzia e la cultura di scarto di quel periodo (nonostante questa sembri essere continuamente riciclata in film e in spettacoli tipo Brady Bunch) [La più nota serie televisiva americana degli anni 70 (n.d.t.)] ed è restia a vedere la propria vita familiare come qualcosa di idilliaco o come “gli anni più belli della mia vita”.
Siamo rabbiosamente indipendenti ed auto-motivati, in grado di ottenere qualsiasi cosa vogliamo in qualsiasi circostanza.
Disprezziamo i New Agers dei nostri tempi – non per i grandi ideali che sbandierano ma perché non riescono mai a realizzarli.
Siamo i partigiani del Nuovo limite, intenzionati a esplorare nuovi luoghi, a trascendere i vecchi confini, a pensare più in grande di chiunque altro.
Nonostante il fatto che, come generazione, sembriamo aver accettato uno standard di vita peggiore di quello dei nostri genitori, presi uno per uno esprimiamo un ottimismo personale Quasi incredibile “Ce la farò, costi quel che costi”.
ODIAMO essere categorizzati, trattati come massa indistinta o etichettati.
Anche questa lunga lista di generalizzazioni risulta composta solo di approssimazioni – tendenze che qualche Xer, da qualche parte, si sta scrollando di dosso.
Nessuno sa quale musica ci piace: rap, punk, progressive, industrial, acid house, eurotrash, technorave, hip-hop, world beat, o niente di tutto questo.
Non c’è niente che ci definisca come il Rock’n’Roll fece con i boomers.
Le statistiche sui nostri consumi portano i mercanti a listeria; le loro pubblicità sostengono di sapere che cosa ci piace e come siamo, ma si sbagliano sempre.
Anche i nostri credo politici trascendono le definizioni. La maggior parte di noi vive con la massima che “ogni politica è locale”. Sentiamo di essere nati dopo che due grandi rivoluzioni sono cominciate, finite e riassorbite.
La rivoluzione sessuale ci ha lasciato il divorzio l’AIDS, l’herpes, stupri all’ordine del giorno e gravidanze adolescenziali alle stelle. Al posto dell’esplorazione della sessualità, c’è rimasto il caos sessuale.
Per di più sembra che nessuno di noi si scambi più degli appuntamenti. Certo, facciamo ancora del sesso, ma non ci innamoriamo più. La rivoluzione delle droghe ci ha lasciato il crack, il PCP e l’eroina. Le bande giovanili di oggi sono troppo preoccupate per il loro territorio per aver voglia di turn on and tune out [Slogan che negli anni ’60, invitava all’assunzione di LSD. Letteralmente “Sballati e stacca la spina” (n.d.t.)]. Siamo più “conservatori” dei nostri genitori solo nel senso che sentiamo che hanno affrontato le loro rivoluzioni nel modo sbagliato. Qualcuno di noi cerca ancora l’amore libero e Il vero viaggio mentale, ma vogliamo farlo meglio dei boomers: questo è il nostro motto.
Tra noi c’è chi prevede un vero e proprio stato di guerra generazionale con i boomers. Personalmente non credo. Ma tutto sommato penso che il nostro odio per i boomers sia gelosamente nascosto. Figurarsi: una generazione che credeva di poter cambiare il mondo!
Siamo fortunati se riusciamo a sopravvivere: credere a una cosa così sorprendente è fuori discorso. Riconosco di invidiare i boomers. Le cose di cui mi interesso – l’espansione della coscienza, la liberazione dell’uomo, una società veramente giusta, equa e imparziale, un mondo unito e in pace, l’umano progresso e la diffusione della tecnologia – sembrano una rivisitazione degli slogan degli anni ’60. Gli scopi sono rimasti gli stessi, ma completamente differenti.
Noi siamo più furbi; loro vestivano i loro slogan apertamente, noi li nascondiamo.
Non per impedire agli altri di vederli, ma perché sappiamo che l’invisibilità è un’arma.
Alcuni demografi hanno assegnato alla nostra generazione un penoso compito “retrò”.
Dicono che ripristineremo i “valori familiari” dopo l’attacco alla famiglia degli anni ’60 e ’70. Che restaureremo i valori “comunitari” degli anni ’50 – quando tutti si fidavano dei propri vicini e lasciavano le porte aperte perché potessero entrare – dopo i crimini e la disintegrazione civile degli anni successivi. Che riporteremo la dignità di quegli anni – , sapete, quando la gente era pulita, ordinata, disciplinata, uniforme, ecc. NO! In realtà noi figli degli anni ’70 non riporteremo gli anni ’50 fra di noi.
Al contrario faremo sembrare il caos degli anni ’60 roba da bambini – perché lo era. Siamo qui per portare il cambiamento – improvviso e traumatico se vi saremo costretti. Siamo pronti a sanare ogni frattura: tra gli uomini e la natura, tra gli uomini e la tecnologia, e soprattutto tra l’uomo e l’altro.

Una generazione sull’orlo della più grave emergenza

Di seguito un piccolo estratto del capitolo 4 “Instabilità: forte aumento dei problemi di salute mentale” di Jean Marie Twenge Iperconnessi (titolo originale: iGen. Why Today’s Super-Connected Kids Are Growing Up Less Rebellious, More tolerante, Less Happy – and Completely Unprepared for Adulthood – and What That Means for the Rest of Us) del 2017, in cui si mettevano in evidenza alcuni caratteri problematici delle generazioni più giovani. Se qualche anno fa il quadro che emergeva dalla ricerca della Twenge era quella di “una generazione sull’orlo della più grave emergenza di salute psicologica giovanile” oggi con la pandemia e i vari lockdown in corso, le conseguenze psicologiche e sociali che i più giovani subiranno sono difficilmente immaginabili.

Copertina del libro Iperconnessi di Jean M. Twenge

Ilaf Esuf, studentessa a Berkeley, Università della California, era a casa durante un periodo di vacanza quando è successo. Era stata a far compere con sua madre e rientrando si è sentita sopraffatta dalla tristezza e ha cominciato a piangere. “Ho parcheggiato nel vialetto, ho inzuppato di lacrime le maniche con cui cercavo di asciugarmi gli occhi di nascosto, – ha scritto sul “Daily Californian”. – Mia madre era sbalordita. Mi ha stretto il braccio, mi ha chiesto perché piangevo, ma non ho saputo risponderle. Quella tristezza inesplicabile, imprevedibile non voleva andarsene, come mia madre che è rimasta ferma accanto alla porta, preoccupata, disperata, ad aspettare che le cose riprendessero un senso”. Ilaf non sa sempre con precisione perché si sente depressa, e fatica a spiegarlo ai genitori. “Non so cosa c’è che non va e non perché mi sento così, ma giuro che sto bene, che passerà. E’ quello che mi dico quando cammino per la strada e sento le lacrime che mi scorrono sul viso”.

Gli iGen in rete sembrano così felici, con le loro smorfie buffe su Snapchat e i sorrisi nelle foto di Instagram. Ma se si scava un po’, si scopre una realtà molto meno confortante. Questa generazione è sull’orlo della più grave emergenza di salute psicologica giovanile da decenni. In superficie, però, va tutto liscio come l’olio.


Si v. ad es. gli ultimi articoli: – Nel tredicesimo mese dell’anno. La questione giovanile dentro la crisi, su Avvenire.it, 15.01.2021
L’allarme del Bambin Gesù: “I giovanissimi si tagliano e tentano il suicidio: mai così tanti”, su Huffington Post, 19.01.2021
La generazione perduta del Covid: buchi di apprendimento del 30-50%, su Il Sole24Ore, 11.01.2021

Un equilibrio tra 3 componenti

Di seguito l’articolo Un equilibrio tra tre componenti tratto da Buddismo e società n. 195.

L’idea di sviluppo sostenibile si basa sulla consapevolezza che le tre dimensioni ambientale, economica e sociale siano inscindibili e profondamente interconnesse. In questo senso, la definizione di sviluppo sostenibile come di equità tra generazioni implica anche, per coerenza, l’equità all’interno di ogni generazione.
La sostenibilità inter-generazionale è di tipo ambientale e intende garantire la libertà di scelta alle generazioni future, libertà che dipende in modo cruciale dall’integrità dell’ambiente naturale che esse riceveranno in eredità. Quella intra-generazionale è di tipo socio-economico e intende garantire a tutti e tutte pari opportunità. Ciò può avvenire soltanto se viene garantita una sostanziale uguaglianza dei “punti di partenza”, cioè l’accesso effettivo a tutte le opportunità economiche e adeguati livelli di benessere sociale. La povertà, la denutrizione, le malattie riducono considerevolmente l’accesso a tali opportunità. Benessere e felicità, inoltre, dipendono non solo dalla povertà assoluta ma anche da quella relativa, ovvero da disuguaglianze nella distribuzione dei redditi. Analogamente, l’inquinamento dei beni ambientali limita la disponibilità delle risorse naturali e ne riduce la qualità rendendone impossibile alcuni impieghi. Se per esempio inquiniamo l’acqua ne limiteremo il suo utilizzo come bene necessario per il sostentamento fisico: per bere o per igiene personale o per le attività agricole e l’irrigazione dei campi.
Livelli crescenti di disuguaglianza e degrado ambientale possono avere conseguenze negative anche per l’andamento dell’economia. Basta pensare ai cambiamenti climatici che derivano dall’innalzamento della temperatura globale: provocati dalle attività antropiche e da un’idea di sviluppo economico senza limiti, nei prossimi anni porteranno a una riduzione delle produttività della terra e delle risorse naturali, a un aumento del numero di eventi climatici estremi e quindi dei relativi problemi di salute per i lavoratori con una riduzione della produttività e del lavoro, a un innalzamento del livello dei mari e a un aumento del fenomeno migratorio. Per di più il deterioramento ambientale peggiora le condizioni dei poveri, che a loro volta si trovano costretti a sfruttare ulteriormente le risorse naturali per assicurarsi la sopravvivenza giornaliera. Elevati livelli di disuguaglianza possono causare tensioni sociali e politiche, che spesso hanno effetti negativi sulla crescita del reddito e scoraggiano gli investimenti.
È chiaro allora che soltanto la considerazione della triplice dimensione dello sviluppo può essere fonte di un vero miglioramento del benessere degli esseri umani e garantire che le attività economiche siano compatibili con l’equità sociale, gli ecosistemi e l’equilibrio ambientale. (Carlo Orecchia)

Fonte: Simone Borghesi e Alessandro Vercelli, La sostenibilità dello sviluppo globaleCarocci, 2005