Le cose per cui ho vissuto

Il 18 maggio 1872 nasceva uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi: Bertrand Russell.

Di seguito riporto Le cose per cui ho vissuto, tratto da L’autobiografia 1872-1914, Longanesi, 1969.

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Tre passioni, semplici ma irresistibili, hanno governato la mia vita: la sete d’amore, la ricerca della conoscenza e una struggente compassione per le sofferenze dell’umanità. Queste passioni, come forti venti, mi hanno sospinto qua e là secondo una rotta capricciosa, attraverso un profondo oceano di dolore che mi ha portato fino all’orlo della disperazione.

Per prima cosa ho cercato l’amore, perché dà l’estasi, un’estasi così profonda che spesso avrei sacrificato tutto il resto della vita per poche ore di una tale gioia. L’ho ricercato anche perché allevia la solitudine, la solitudine paurosa che induce l’io cosciente ad affacciarsi rabbrividendo sull’orlo del mondo per fissare lo sguardo nell’abisso freddo e senza fondo dove non c’è più vita. L’ho cercato infine perché nell’unione dell’amore ho visto prefigurato, quasi in mistica miniatura, il paradiso che santi e poeti hanno immaginato. Questo è ciò che io ho cercato e benché possa sembrare cosa troppo buona per una vita umana, questo è ciò che infine ho trovato.

Con uguale passione ho cercato la conoscenza. Ho desiderato di conoscere il cuore dell’uomo. Ho voluto sapere perché le stelle brillano. Mi sono sforzato di rendermi conto della potenza già intuita da Pitagora, che assicura al numero il dominio sopra il fluire delle cose. In parte, in piccola parte, vi sono riuscito.

L’amore e la conoscenza, nella misura in cui sono stati possibili, conducevano su verso il cielo. Ma la compassione mi ha sempre riportato sulla terra. Gli echi di grida di dolore risuonano nel mio cuore. Bambini che muoiono di fame, vittime torturate dagli oppressori, vecchi indifesi considerati dai figli un peso insopportabile, e tutto quel mondo di solitudine, povertà e dolore trasformano in beffa ciò che la vita dell’uomo dovrebbe essere. Provo lo struggimento del non poter alleviare questi dolori, e anch’io ne soffro. Questa è stata la mia vita. Trovo che sia valsa la pena di viverla, e la rivivrei con gioia se me ne fosse offerta la possibilità.

Un discorso di Seneca

estratti da Lettere a Lucilio, (libro I, 8) di Lucio Anneo Seneca.

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(..) Ma cosa dici? Ti sembra che io inviti all’inattività? Mi sono ritirato e ho chiuso le porte non per me ma per poter essere utile a quanta più gente possibile. Non c’è giorno in cui io non faccia qualcosa, persino una parte della notte la dedico agli studi: io non mi abbandono al sonno deliberatamente, finisco col cedervi dopo aver costretto al lavoro gli occhi che si chiudono, stanchi e affaticati dalla veglia. Più che dagli uomini è dalle cose che mi sono allontanato: ho lasciato i miei impegni personali per dedicarmi agli affari dei posteri.

È per loro che scrivo, è a loro che voglio essere utile, affidando alle mie pagine consigli salutari, come se fossero ricette di medicine, delle quali io stesso ho sperimentato l’efficacia sulle mie ferite, che se non si sono completamente rimarginate perlomeno hanno delimitato la loro area di azione. Mostro agli altri la retta via, che ho conosciuto tardi, quando ormai ero stanco per il lungo peregrinare.

Io grido agli uomini: «Evitate tutto ciò che piace al volgo e che proviene dal caso; guardate con sospetto e timore ogni bene fortuito, non fate come i pesci e le bestie che si lasciano ingannare da allettanti lusinghe. Credete che questi siano doni della fortuna? Sono trappole. Se volete vivere una vita sicura evitate quanto più potete questi beni appiccicosi, che traggono in inganno noi, sventurati anche in questo, che crediamo di possederli quando invece siamo incappati nella rete. Non ci accorgiamo che questa strada ci porta al precipizio: chi sale troppo in alto è destinato a cadere. E una volta che la buona sorte ha cominciato a farci deviare dalla retta via non ci è più lecito tornare indietro, non ci sono alternative, si prosegue e si va dritti al precipizio. La malasorte non solo ci travolge, ma ci sbatte e ci schianta con la faccia a terra.

Seguite questa sana e salutare norma di vita: concedete al corpo solo quanto gli serve per mantenersi in buona salute, trattatelo piuttosto duramente affinché si pieghi alle giuste esigenze dello spirito, mangi e beva quanto basti per placare la fame e spegnere la sete, indossi abiti adatti a proteggerlo dal freddo e la casa gli serva unicamente come riparo contro le intemperie: che sia fatta di zolle o di marmo forestiero e variegato non ha importanza, poiché per coprirsi tanto vale un tetto di foglie quanto un tetto d’oro. Disprezzate tutto ciò che si costruisce, a prezzo di vane fatiche, per vivere nel lusso o per motivi di prestigio: solo l’anima è degna di ammirazione e quando è grande lei niente è grande per lei».

Ebbene, non ti sembra che io sia più utile se discuto di queste cose, con me stesso o con i posteri, piuttosto che parlare come avvocato difensore in un processo, mettere i sigilli ai testamenti, o usare la mia voce e i miei gesti a favore di uno che si candida come senatore? Credimi, anche se non sembra, ci sono cose molto più importanti che non costano nulla, come occuparsi delle cose umane e di quelle divine contemporaneamente. (..)

Il discorso di una bambina – Rio 1992

Nel 1992, a Rio de Janeiro un gruppo di giovani fondatori dell’ECO (l’organizzazione dei ragazzi per l’ambiente) è stato invitato ad esprimersi davanti alle Nazioni Unite. Una bambina di 12 anni, Severn Cullis-Suzuki, tiene un appassionato (ed ancora attuale) discorso per sensibilizzare i grandi della Terra riguardo le problematiche ambientali che rischiano sempre più di mettere in pericolo la vita delle generazioni future.

Quanto è cambiato da allora?

Di seguito il discorso intero.

Buona sera sono Severn Suzuki e parlo a nome di ECO, (Environmental Children Organization). Siamo un gruppo di ragazzini di 12 e 13 e cerchiamo di fare la nostra parte: Vanessa Suttie, Morgan Geisler, Michelle Quaigg e io. Abbiamo raccolto i nostri soldi per venire in questo posto lontano 5000 miglia per dire alle Nazioni Unite che devono cambiare il loro modo di agire.

Venendo a parlare qui oggi non ho un agenda nascosta, sto solo lottando per il mio futuro. Perdere il mio futuro non è come perdere un elezione o alcuni punti percentuali sul mercato azionario.

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Discorso ai giovani sulla Costituzione di Piero Calamandrei

Il discorso qui riprodotto fu pronunciato da Piero Calamandrei nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria il 26 gennaio 1955 in occasione dell’inaugurazione di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi per illustrare in modo accessibile a tutti i principi morali e giuridici che stanno a fondamento della nostra vita associativa.

L’art. 34 dice:” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così:

”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo – “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

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E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

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Le prospettive economiche per i nostri nipoti di J.M. Keynes (1930)

estratti da Le prospettive economiche per i nostri nipoti di J.M. Keynes (1930).

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#STEFANO BOSSO PH, N.Y. 2016


(..) La depressione che domina nel mondo, l’atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni, i disastrosi errori che abbiamo commesso ci rendono ciechi di fronte a quanto sta accadendo sotto il pelo dell’acqua, cioè di fronte al significato delle tendenze autentiche del processo. Voglio affermare, infatti, che entrambi i contrapposti errori di pessimismo, che sollevano oggi tanto rumore nel mondo, si dimostreranno errati nel corso della nostra stessa generazione: il pessimismo dei rivoluzionari, i quali pensano che le cose vadano tanto male che nulla possa salvarci se non il rovesciamento violento; e il pessimismo dei reazionari i quali ritengono che l’equilibrio della nostra vita economica e sociale sia troppo precario per permetterci di rischiare nuovi esperimenti.

In questo saggio, tuttavia, mio scopo non è di esaminare il presente o il futuro immediato, ma di sbarazzarmi delle prospettive a breve termine e di librarmi nel futuro.

Quale livello di vita economica possiamo ragionevolmente attenderci fra un centinaio d’anni? Quali sono le prospettive economiche per i nostri nipoti?

(..) Per il momento, la rapidità stessa di questa evoluzione ci mette a disagio e ci propone problemi di difficile soluzione. I paesi che non sono all’avanguardia del progresso ne risentono in misura relativa. Noi, invece, siamo colpiti da una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la disoccupazione tecnologica. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera.

Ma questa è solo una fase di squilibrio transitoria. Visto in prospettiva, infatti, ciò significa che l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico. Mi sentirei di affermare che di qui a cent’anni il livello di vita dei paesi in progresso sarà da quattro a otto volte superiore a quello odierno. Né vi sarebbe nulla di sorprendente, alla luce delle nostre conoscenze attuali. Non sarebbe fuori luogo prendere in considerazione la possibilità di progressi anche superiori. 

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V’è dunque nella nostra terra un fondo inesauribile di forza creatrice

Gabriele D’Annunzio – Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1° marzo 1938

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“V’è dunque nella nostra terra un fondo inesauribile di forza creatrice, un nucleo d’energie latente ove si ristora perpetuamente la vita che si consuma in noi, ove si formano in segreto i corpi gagliardi, i cuori vasti, gli spiriti luminosi che domani c’irradieranno all’improvviso.
È vero dunque che la nostra terra è ancóra tanto ricca da poter nutrire il germe della più alta speranza.” Firenze 1900